Ode al pianto



Quando ero piccola in classe leggevamo un testo tutti insieme, una riga alla volta. 

Un calvario (anche se dubito che la me di 7-8 anni lo definisse così), perché bisognava sempre seguire il ritmo degli altri, e alcuni erano lentissimi, leggevano una parola e si fermavano.
Io allora mi scocciavo e andavo avanti. E andando avanti scoprivo cosa ci sarebbe stato da leggere dopo. Quindi mi annoiavo ancora di più.

Ma, soprattutto, se scoprivo che andando avanti nel testo c’era qualcuno che piangeva, speravo che quella frase non toccasse a me. Quando qualcuno la leggeva, io fissavo il libro, facendo finta di non ascoltare, cercando di ignorare gli sguardi puntati su di me. O magari erano sguardi immaginati e nessuno mi guardava. Non lo saprò mai. Fissavo il libro con talmente tanta intensità che gli occhi mi si incrociavano.

Se poi qualcuno veniva definito “piagnone”, sentivo le guance diventare più rosse dei miei capelli e volevo scomparire sotto al banco. Perché piagnona era come venivo chiamata io, e ogni volta che lo sentivo pensavo fosse riferito a me. Era un soprannome che mi generava un odio profondo, che a quell’età non provavo per nient’altro; salvo per mia sorella quando sfoderava il suo sguardo angelico sul suo viso da bambina paffuta dopo avermi morso il braccio.

Io da piccola piangevo sempre e odiavo piangere. E più odiavo piangere e più mi veniva da piangere. A volte mi veniva da piangere perché odiavo piangere. O mi veniva da piangere perché piangevo sempre.

Piangevo se ero in ritardo per andare a scuola (ed ero spesso in ritardo, perché mia sorella era lentissima), quando tramontava il sole e diventava buio, all’inizio delle vacanze, quando dovevo lasciare la mia camera per andare al Circeo; piangevo gli ultimi giorni al Circeo, da quando mio nonno iniziava a mettere a posto la casa e il giardino un pezzo al giorno, e io piangevo ad ogni nuovo pezzo che veniva messo via. 

Piangevo il giorno in cui partivamo, piangevo salutando la mia babysitter, come se non ci saremmo riviste mai più. Piangevo arrivando a Roma, così deserta e strana, piangevo appena entravo nella mia stanza, vedendo come avevo lasciato i giocattoli e sentendo l’odore di chiuso e di ritorno dalle vacanze. È proprio un odore preciso, l’odore delle case al rientro dalle vacanze, sa di nostalgia.

Piangevo alla fine del mio compleanno, quando la festa era finita, ma anche all’inizio, pensando a quando sarebbe finita. Iniziavo prima così ero avvantaggiata.

Poi le elementari sono finite e sono andata in una scuola in cui nessuno sapeva che piangevo. Ero come tutti gli altri, senza nessun aggettivo. Non ero più neanche un nome, ma solo un cognome (perché inizia questa cosa terrificante di chiamare gli alunni per cognome).

Era una grande occasione per ricominciare da capo. Un’occasione unica. Mi è venuta talmente tanta ansia di non rovinarla che ho pianto.

Alle medie piangevo tutte le mattine all’ingresso della scuola, e mio padre doveva venire a prendermi. Piangevo quando mi veniva a prendere, perché mi sentivo in colpa, e quando arrivavo a casa: gli altri erano a scuola e io no.

Poi il liceo. Altra grande occasione per ricominciare: per non avere troppa ansia da prestazione addosso ho pianto il primo giorno.

Per tutto il liceo ho cercato disperatamente di non piangere, lo facevo solo nei bagni, o al limite durante i compiti di matematica. Mi trattenevo fino a quando non arrivavo a casa o al corso di teatro. Così, a casa, per recuperare, passavo interi pomeriggi a piangere su un’amaca molto comoda per i pianti lunghi. Mentre a teatro ormai erano sicuri che avessi problemi gravissimi a casa.

Ho pianto in aereo, in macchina, in pullman, in autobus, in treno, in metro. Partendo e arrivando. Salutando.

Al telefono (tanto al telefono. Prima di riattaccare. Io non so riattaccare). Guardando un film, dopo aver guardato un film.

Per la strada, al mare, in montagna. In città straniere.

Con persone che conosco da una vita e con persone che ho appena conosciuto e che, in un attimo, si ritrovano me piagnucolante sulla loro spalla, bruciando così le tappe della conoscenza. Il pianto fa questa cosa, abbatte le barriere.

Il pianto è una cosa vera. Recitando ho imparato anche a piangere a comando, ma il comando è nel richiamare il pianto: il pianto è sempre pianto vero. In un mondo di frasi fatte, il pianto resta genuino. 
In un mondo con i tempi frenetici, il pianto è una cosa lenta. È una cosa che ha sempre lo stesso tempo che aveva trent’anni fa e cento anni fa.

Con il pianto i miei occhi diventano più verdi e a me piacciono di più. Il pianto fa diventare le guance rosse, ed è un rosso che non si può raggiungere con la cipria, è un rosso naturale. Il pianto lubrifica gli occhi. 

Il pianto dice le cose che non sai dire.


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